Trekking sul Machu Picchu: report completo Inka Trail

1° GIORNO
Siamo in tenda, dentro i nostri sacchi a pelo, la luce della pila illumina appena l’agendina su cui sto scrivendo. L’unico rumore che si sente è quello del fiume che passa a 50 metri dal nostro campo. Fuori buio incontaminato. Sopra di noi un cielo mozzafiato: al diavolo gli hotel a 5 stelle, noi qui di stelle ne abbiamo a milioni.
Oggi è iniziato il nostro trekking sul cammino Inka e abbiamo attraversato le prime valli del percorso: panorami bellissimi e variegati. Ottima la compagnia, siamo un gruppo di 10 persone: con noi ci sono Thy (tedesca di origini vietnamite), Asiad (iraqueno che vive in Svezia) e la sua compagna Angie (costaricana), Rubens (la nostra guida) e 4 portatori compreso il cuoco (tutti peruviani). Andrea Vasc. purtroppo ha dovuto rinunciare per un problema al ginocchio e ci raggiungerà direttamente sul Machu Picchu, l’ultimo giorno.

Prima giornata molto tranquilla, 12 km e 300/400 metri di dislivello. Ma i nostri zaini sono pesanti, perchè a differenza dei precedenti trekking (in Nepal e Tanzania) qui ci trasportiamo tutto noi, tranne tende e cibo. Avremmo potuto viaggiare più leggeri affidando il trasporto del materassino e materiale vario a un altro portatore, ma abbiamo preferito così, ci sentiamo più autonomi.

Questa è la terra degli Inka, civiltà tra le più evolute che il mondo abbia mai conosciuto. E già oggi abbiamo incontrato una loro importante testimonianza, ovvero i resti della cittadina di Llactapata. Qui si nota subito il loro rapporto, basato soprattutto sul rispetto, con Madre Terra, per loro “Pacha Mama“: ciò che costruivano non alterava il territorio ma si plasmava su di esso; lo sfruttavano ma senza distruggerlo, prendendo ciò che esso offriva loro. Ed è così che si adattavano al corso del fiume, senza deviarlo, è così che seguivano le forme della montagna, senza scalfirla (vedi foto seguente).

“Pacha Mama” era la cosa più importante che avevano, era la loro madre, la loro casa.
C’erano arrivati a capirlo nel 1.200 d.C., circa 800 anni fa.

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La cittadina Inka di Llactapata

Consigli pratici: pole pole dicono le guide sul Kilimangiaro, bistare bistare ripetono gli sherpa in Himalaya, un passo alla volta è il mantra dei pellegrini sul Cammino di Santiago… piano piano è anche il consiglio qui in Perù, senza dubbio il più importante e quello da tenere sempre a mente durante un trekking, o in qualsiasi escursione.
Nei trekking (così come nella vita…) non è importante la meta ma il percorso che porta ad essa. E’ fondamentale cercare di godersi ogni singolo passo, ogni scorcio, ogni momento del cammino. Sembra scontato ma non lo è, perchè la smania di arrivare al traguardo (che in questi casi consiste nel campo successivo), è sempre in agguato, specie nella nostra società schizzata. Pole pole, bistare bistare, piano piano… carpe diem!

2° GIORNO
Oggi la tappa più dura del trekking con la salita al passo Warmi Wanuska a 4.200 m. e un totale di 1.300 metri di dislivello in 9 km di salita. Una bella “scampagnata” anche perchè giunti in cima al passo, pioggia e vento ci hanno investiti, e la discesa su alti gradini di pietra scivolosi, è stata tosta.

Ora, nonostante giacche e ponchi, siamo tutti inzuppati (zaini compresi) in un campo spartano senza alcuna fonte di calore. Ha smesso di piovere da un po’ ma nuvoloni bianchi ci avvolgono e tengono il sole ben lontano.
E’ così, fa parte del “gioco”. Senza ostacoli, imprevisti, difficoltà, senza dover stringere i denti o senza esser messi alla prova, non sarebbe un trekking che si rispetti. Esistono le crociere o i villaggi vacanze per chi cerca altro, ma nessuno di questi, nemmeno il più costoso al mondo, è in grado di darti certe soddisfazioni e farti vivere certe esperienze.

In cima al passo Warmi Wanuska

In cima al passo Warmi Wanuska

Il Machu Picchu si fa desiderare e così sia. Speriamo solo che domani Pacha Mama ci regali qualche ora di sole e gliene saremo grati.
Questa mattina i portatori ci hanno svegliato portandoci in tenda un thè alle foglie di coca (mate de coca) e qui apro una piccola parentesi: la foglia di coca è parte integrante della cultura sud americana da millenni, è legale in tutti i paesi andini, del tutto naturale e di conseguenza ben lontana dalla cocaina, sostanza che si estrae dalla foglia per poi lavorarla chimicamente e adulterarla con prodotti sintetici.
La gente qui la mastica per combattere fame, fatica e altitudine: il suo effetto principale è quello di “aprire” le vie respiratorie garantendo una migliore assunzione di ossigeno e quindi appunto meno fatica a respirare in quota. I portatori ne masticano in grande quantità, tenendo una manciata di foglie a lato della bocca per alcune ore prima di sputarla. A differenza della foglia, che è riconosciuta come patrimonio nazionale, la cocaina viene disprezzata dagli autoctoni e chiunque la giudica negativamente.

E’ stata una giornata intensa e ora ci corichiamo nelle nostre tende: qui i telefoni non prendono, zero contatti col mondo esterno. Casa è lontana, anzi lontanissima. Non c’è nulla di meglio del dolce pensiero delle nostre famiglie per conciliare il sonno. Buenas noche amigos!

Consigli pratici: senza sole e senza fuoco, tanto meno senza elettricità, l’unico modo per asciugare i vestiti bagnati è usare il calore del proprio corpo. Questo prevede avere almeno un cambio asciutto da indossare appena giunti al campo. Dopo aver strizzato il più possibile gli indumenti, si possono indossare uno alla volta tra uno strato e l’altro di quelli asciutti (ad esempio tra la maglietta e la felpa o tra la felpa e la giacca). I calzetti umidi a contatto con la pelle (sulle spalle o sulle gambe). Infine si possono riporre all’interno del sacco a pelo mentre dormite o stesi tra sacco a pelo e materassino, sotto di voi. I vostri corpi, col passare delle ore, toglieranno l’umidità.
Vivendo situazioni simili, ci si rende conto di quante cose diamo per scontato, nelle nostre vite agiate…

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3° GIORNO
La mia “preghiera” è stata ascoltata: ci siamo svegliati all’alba col cielo azzurro. Il sole ci ha raggiunto dopo poco dandoci nuova linfa vitale.

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Una splendida giornata, tra valli incontaminate e sentieri panoramici.

Oggi era la tappa più lunga, di 16 km, in un alternarsi di salite e discese che hanno messo a dura prova le nostre gambe. Vi basti sapere che l’ultimo tratto, con dislivello negativo di oltre 1.000 metri in 7 km, qui lo chiamano “Gringos killer” (dove gringos sta per occidentali): un’infinita discesa su gradini di pietra a tratti così ripidi da dover appoggiare le mani a monte. Ma è andata!

E anche oggi sul nostro cammino abbiamo incontrato importanti testimonianze della cultura Inka. Antichi insediamenti, per utilizzi religiosi e militari, conservati incredibilmente bene. Sono giunti a noi solo per un motivo, che la guida ci ripete con insistenza: qui gli spagnoli, i famosi “conquistadores”, non ci sono mai arrivati. Altrimenti avrebbero distrutto tutto, come hanno fatto ovunque hanno messo piede, a partire dalla vecchia capitale peruviana e la storica capitale Inka, Cuzco. Arrivarono nel 1530 e fecero tabula rasa, sia dei nativi che della loro cultura, templi e città comprese.
L’Inka trail e i suoi insediamenti (tra cui il Machu Picchu) si salvarono solo grazie alla loro posizione (nascosta e quasi irraggiungibile) e alla genialità degli Inka, che una volta resisi conto dell’imminente disfatta, riuscirono a tenere nascosti questi ultimi, inestimabili tesori.
Il Machu Picchu venne scoperto soltanto nel 1911 e oggi lo visitano dalle 2mila alle 6mila persone al giorno (troppe, secondo alcuni) e queste valli sono nuovamente in pericolo: i moderni governi peruviani, attirati dall’enorme quantità di denaro che genera questo indotto, pare non badino ai problemi derivanti il sempre maggior numero di turisti e i fondi raccolti, come spesso capita, finiscono nelle tasche di pochi, mentre la manutenzione, i servizi e i controlli sono del tutto carenti. Da parte nostra, l’unica cosa che possiamo fare, è rivolgerci ad agenzie per un turismo responsabile e sostenibile, chiedendo garanzie e facendo pressioni.

Tornando al trekking, questa è l’ultima notte: fra poche ore partiremo alla volta della “Puerta del Sol“, punto d’accesso al Santuario del Machu Picchu. Siamo a poche ore di cammino dalla meta e l’emozione è forte.
Questa sera ho fatto la doccia più fredda della mia vita: non pensavo che l’acqua potesse arrivare a certe temperature senza diventare ghiaccio!

4° GIORNO
Sveglia ore 3. Facciamo gli zaini, una colazione veloce e poi via verso il check point di Winay Wayna. Qui chi prima arriva meglio alloggia e fortunatamente siamo tra i primi, assicurandoci scomode ma provvidenziali panche in legno dove sederci. Dietro di noi uno sciame di pile frontali inizia a mettersi in coda. In tutto dovremmo essere circa 400. Tutti aspettano l’apertura del cancello che avverrà soltanto alle 5:30. Da lì in poi, 2 ore di cammino ci porteranno alla “Puerta del Sol”, l’entrata al Santuario dalla parte dell’Inka trail.

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Passiamo il check point alle 5:35 e affrontiamo il sentiero subito con gran passo. Dopo pochi minuti stiamo correndo, quasi inconsapevolmente, attratti da una forza più grande di noi.

E’ surreale: il dolore alle gambe è scomparso, il fiato regge nonostante l’altitudine e quei gradini ripidi che i giorni prima ci sembravano tanto impegnativi, ora sono soltanto timidi ostacoli da lasciarci alle spalle il più presto possibile.
Tutti i concetti relativi all’andare piano piano ora sono andati a farsi benedire. D’altronde sappiamo bene cosa c’è in ballo: il privilegio di guardare l’alba sul Santuario Inka, ancora vuoto di turisti. E allora corriamo!
Lo zaino sbatte sulle spalle, il cuore pompa, le scarpe sfrecciano sul terreno umido. Io ci metto l’anima, e oltre. Tempo previsto per gli ultimi 6 km, 2 ore: li percorriamo in 35 minuti lasciandoci dietro tutti gli altri trekkers.
Ultima rampa, una cinquantina di gradini di pietra che sembrano una scala da quanto ripidi sono. Ce li mangiamo.
Dietro di noi si intravede il sole, in mezzo a nuvole apparentemente innocue.

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Varchiamo “Puerta del Sol” alle 6:10, stremati ma con gli occhi colmi di entusiasmo. Però qualcosa non va…

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Ci guardiamo increduli, davanti a noi il nulla. Il Machu Picchu non c’è. Non ora, non qui. Un fitto banco di nuvole bianche copre tutto. Non si vede niente. Solo nebbia, nient’altro.
Il Machu Picchu c’è ma è dietro, coperto, ancora nascosto, ancora segreto

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Pacha Mama ci mette alla prova, ancora una volta. Non ci resta che accettare la lezione, sederci e aspettare il resto del gruppo. Ed eccoci qui, Lui è dietro di noi…

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Si concederà soltanto un’ora dopo, nella sua immensità, scevra da dimensioni. Sublime e straordinario.
Solo una civiltà illuminata poteva concepire e realizzare un meraviglia di tale portata.

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E’ il coronamento di quattro giorni magici. Un’avventura completa, un’esperienza totale… che a parole è difficile descrivere con efficacia, ma che spero, almeno in piccola parte, di esser riuscito a trasmettere e condividere con tutti voi.

Qui si parla di altre città Inka oltre al Machu Picchu, nascoste nella giungla, ancora più difficili da raggiungere, uguali se non di maggior splendore. Forse nei prossimi anni il Perù le mostrerà al mondo.
Per ora, noi, ci godiamo questo gioiello…

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